La tua sofferenza non è sbagliata

Dal sintomo al campo: per una trasformazione che ci riguardi tutti

Per lungo tempo ci è stato chiesto, e ce lo siamo chiesti da soli, di adattarci. Adattarci a ritmi, aspettative e richieste di un sistema che raramente si è fermato ad ascoltarci. Quando questo adattamento falliva e comparivano l’ansia, la depressione, l’esaurimento, una diagnosi, la sofferenza veniva letta come una questione privata. Un fatto individuale, da custodire e curare nello spazio protetto della stanza di terapia o nel silenzio della propria interiorità.

Lo sguardo gestaltico ci ricorda però che nessuno esiste separato dal proprio campo. L’esperienza nasce sempre al confine di contatto tra l’organismo e l’ambiente, in quello spazio vivo dove ci incontriamo con l’altro e con il mondo. Il sintomo allora non è un difetto da correggere. È una creazione, il modo migliore che abbiamo trovato per stare in una situazione che chiedeva più di quanto potessimo dare. Ogni diagnosi porta con sé la nostra storia personale, ma anche il riflesso di un tempo segnato da isolamento, prestazione e accelerazione, che spesso ci toglie la possibilità di sentire, di sostare e di essere visti.

Per questo credo sia arrivato il momento di riunire ciò che per troppo tempo abbiamo tenuto separato: la trasformazione individuale e la trasformazione collettiva. I percorsi clinici personali restano un luogo prezioso e insostituibile, dove la persona può ritrovare il proprio sentire e la propria capacità di scegliere. Accanto a essi, però, sento la necessità di processi di cambiamento che tocchino il campo più ampio: le relazioni, i luoghi di lavoro, le comunità, il modo in cui come società ci prendiamo cura della fragilità.

Chi soffre oggi non è un’eccezione e non è una minoranza. È una parte così ampia di noi da essere diventata la norma. E quando è la norma a soffrire, la domanda cambia. Non è più “come può la persona adattarsi al sistema?”, ma “come può il sistema trasformarsi per permettere alla persona di fiorire?”.

È tempo che sia il mondo a muoversi verso di noi.

Guarirci è anche un atto politico. E nessuno dovrebbe farlo da solo.


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