Riprendersi il corpo, politicizzare le emozioni

India - Il Gange

Negli ultimi decenni ci siamo chiusi sempre di più in noi stessi. Davanti a uno schermo, in una stanza, a volte nello studio di un terapeuta, abbiamo imparato a gestire da soli paure, pressioni e fatiche. Viviamo in un mondo che misura tutto in termini di prestazione, e mostrare all’altro le proprie difficoltà può sembrare un’ammissione di fallimento. Per questo spesso preferiamo non farlo. In questo isolamento abbiamo cominciato a dare un nome a tutto ciò che ci fa soffrire. Le etichette ci aiutano: rendono il disagio dicibile e ci tolgono il peso di sentirci “sbagliati“. Allo stesso tempo, però, lo trasformano in un problema privato, un difetto personale da aggiustare, e smettiamo di chiederci da dove venga. Così abbiamo lasciato sempre più agli esperti il compito di dirci cosa proviamo e come guarire.

Forse oggi serve il movimento opposto: tornare ad ascoltare il nostro corpo e le nostre emozioni. Le emozioni non mentono, ed è proprio per questo che abbiamo imparato a zittirle. Lasciamo passare solo quelle utili, quelle che ci fanno funzionare e che proteggono il ruolo che occupiamo, anche quando quel ruolo non l’abbiamo scelto noi. Capita così che a ciascuno resti un’unica emozione “permessa”: la rabbia per i giovani, la frustrazione per gli oppressi, la competizione per gli arrivisti. Non è falsa, perché dice qualcosa di vero su come viviamo. Il problema nasce quando tutto il resto viene schiacciato sotto di lei. A quel punto l’emozione smette di orientarci e comincia a governarci.

Cercare nella teoria da dove nasce un disagio è importante, ma spesso non basta. Sapere che la nostra rabbia o la nostra tristezza hanno radici nella cultura in cui siamo cresciuti non ci libera automaticamente dal male che abitiamo. Bisogna attraversare la propria storia, quella unica e irripetibile, e vedere come quelle strutture si sono intrecciate con la nostra vita, con le abitudini che abbiamo imparato senza accorgercene. La teoria spiega perché un’emozione esiste. Solo la nostra storia può dirci come scioglierla, per questo la psicoterapia è importante, ancor di più se fatta in gruppo.

Per questo è necessario ricollettivizzare le emozioni: esprimerle senza vergogna dentro un gruppo, per sentire sulla propria pelle che ciò che si vive è un evento unico e irripetibile — e che tuttavia si iscrive nella stessa storia del proprio vicino, nella stessa cornice.

Politicizzare le emozioni significa questo: condividerle in gruppo, dare loro uno spazio definito, lavorarci, restarci finché non assumono la posizione che il gruppo, in modo indiretto e spesso inconsapevole, saprà dare loro. Da qui nasce una storia e una memoria condivisa: prima del gruppo, poi di ciascuno.

Si arriva così al punto in cui ciascuno può abitare le proprie emozioni invece di subirle. Non perché ne abbia scelte alcune e censurate altre — sarebbe di nuovo un silenziamento — ma perché nessuna di esse gli è più assegnata dall’esterno. Le emozioni che lo atterravano perdono il potere di definirlo; quelle che lo attivano, che lo spingono verso la relazione, trovano finalmente spazio. Perché la relazione è il nostro elemento naturale. Ed è solo insieme, attraverso il gruppo che possiamo davvero cambiare il modo in cui viviamo ciò che proviamo.

Per questi motivi propongo interventi psicologici in gruppi già formati, gruppi di lavoro, equipe, gruppi tra pari, di pazienti, ma anche gruppi in formazione su tematiche specifiche.


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