Uno sguardo clinico sul disagio contemporaneo

Viviamo in un tempo in cui il confine tra pubblico e privato si è fatto sempre più sottile. La nostra società espone, mostra, performa. L’intimità diventa spettacolo, l’immagine misura il valore, il numero di follower diventa indice di inclusione e appartenenza. In questo scenario, l’essere sembra contare meno del fare, e il fare è costantemente sottoposto a giudizio.

Il culto della performance e dell’ipercompetitività ha progressivamente eroso i legami, spingendo molte persone verso una solitudine silenziosa, spesso mascherata da iperconnessione. Quando non ci sentiamo più “abbastanza”, quando percepiamo di non riuscire a stare al passo con ciò che viene richiesto, entriamo in conflitto con noi stessi. È lì che compaiono il senso di inadeguatezza, la vergogna, la fatica, e spesso forme di sofferenza che vengono rapidamente tradotte in diagnosi.

Il disagio individuale, oggi, rischia di essere letto come un difetto personale, un malfunzionamento da correggere. Le etichette diagnostiche diventano tentativi di dare ordine a una sofferenza che però nasce, molto spesso, dentro un contesto relazionale, sociale e culturale che fatica a offrire spazi di senso condiviso. In una società iperconnessa ma profondamente sola, la sofferenza viene privatizzata, isolata, medicalizzata.

Questo cambiamento attraversa profondamente anche la famiglia. I modelli educativi si sono trasformati: dall’autorità e dall’obbedienza si è passati a una centralità della relazione, dell’ascolto, della comprensione. Una trasformazione necessaria, ma non priva di ambivalenze. I bambini crescono spesso in contesti senza confini chiari, senza tempi definiti, iperstimolati e raramente soli. La solitudine, intesa come spazio corporeo e psichico di scoperta di sé, diventa qualcosa da evitare.

Parallelamente, il mondo virtuale entra precocemente nella vita dei più piccoli, offrendo uno spazio apparentemente protetto, ma che confonde ulteriormente i confini tra interno ed esterno, tra ciò che è intimo e ciò che è esposto. I bambini e gli adolescenti crescono così in una realtà in cui tutto è visibile, condivisibile, commentabile, ma poco simbolizzabile.

L’adolescenza, in particolare, diventa un terreno fragile. È il tempo della scoperta del limite, della vulnerabilità, della perdita dell’onnipotenza. In un contesto che celebra l’efficienza e il successo, il limite fa paura. Le emozioni dolorose non trovano parole, e talvolta vengono anestetizzate attraverso comportamenti a rischio, dipendenze, ritiro o chiusura.

Nel mio lavoro clinico incontro spesso questo spaesamento: bambini adultizzati, adolescenti lasciati soli davanti a emozioni troppo grandi, adulti stanchi di dover sempre funzionare. La psicoterapia, per me, è uno spazio in cui rallentare, restituire dignità all’esperienza soggettiva, ricostruire legami di senso. Un luogo in cui il sintomo non è un nemico da eliminare, ma un messaggio da ascoltare.

Credo profondamente nel valore della relazione come spazio trasformativo: una relazione che non giudica, che non performa, che non espone, ma che accoglie. In un tempo che chiede continuamente di mostrarsi, la cura passa anche dal poter, finalmente, essere.


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