La casa come identità: diritto all’abitarsi

Nel mio lavoro in carcere e nella ricerca sul Social Housing, ho compreso che abitare non è solo avere una casa, ma soprattutto abitarsi: costruire la propria identità, sviluppare relazioni e sentirsi parte di una comunità. Non si tratta quindi solo di diritto alla casa o al diritto di abitare, ma di un diritto all’abitarsi, un concetto che pone al centro la persona e la sua capacità di essere soggetto attivo nella propria vita.

Come ci insegna Antonio Tosi, abitare è un processo dinamico e continuo: le esperienze, gli ambienti e le immagini che incontriamo fin dall’infanzia modellano il nostro senso di sé, personale e sociale. Il corpo e la mente dell’abitante si plasmano in relazione al contesto, riflettendo sensibilità, storia e appartenenza sociale.

La psicologia ambientale ci conferma che gli ambienti abitativi influenzano profondamente l’identità. La possibilità di esercitare privacy, scegliere le interazioni sociali e vivere in contesti che offrono pluralità di alternative contribuisce al benessere psicologico e alla costruzione di un sé positivo. Al contrario, contesti stressanti, affollati o degradati – come il carcere o quartieri ghettizzati – tendono a creare identità subalterne o deviate, generando impotenza e rassegnazione.

Anche l’architettura e il design partecipativo giocano un ruolo fondamentale. Maurizio Vitta critica l’architettura moderna e la produzione abitativa di massa, che spesso interrompono il legame naturale tra abitare e costruire, disgregando il tessuto sociale. Nei progetti di Social Housing, l’autocostruzione, la partecipazione e la cura degli spazi comuni rappresentano un’occasione concreta per riconnettere l’abitante al proprio ambiente e alla comunità, offrendo strumenti per riappropriarsi del sé e della propria vita.

In carcere, invece, l’abitare assume caratteristiche opposte: la struttura, le regole e le relazioni condizionate dalla detenzione creano identità negative e subalterne, dove la persona è costretta a rimodellare il proprio comportamento per ottenere riconoscimento e diritti minimi. Questo contrasto mette in luce l’urgenza di ripensare le condizioni abitative come strumenti di sviluppo dell’identità e non di controllo, sia dentro che fuori dal carcere.

In sintesi, abitare è un atto di identità. Abitarsi significa essere presenti, essere attivi e costruire legami, trasformando la casa in uno spazio che sostiene autonomia, relazioni e dignità. Il lavoro psicologico in carcere e nei percorsi di reinserimento sociale diventa così fondamentale per accompagnare le persone in questo processo, creando soglie tra dentro e fuori dove l’identità può crescere.


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